Cenni storici

Le origini di Carpignano affondano le radici nella civiltà rupestre del Salento e nel carattere particolare del vivere in grotta, favorito dal terreno friabile, dalla presenza di banchi di roccia affiorante, dalla povertà e scarsa mobilità del mondo contadino. Primi insediamenti si registrano nella cosiddetta Conca carpignanese, che conservava il gruppo più numeroso di siti rupestri (grotte-abitazioni, frantoi ipogei, ecc.). A questo sistema di grotte appartiene anche la cripta bizantina della Madonna delle Grazie detta anche di Santa Cristina (secc. IX-XI), la chiesa più antica oggi presente a Carpignano, prima testimonianza del rito greco, la quale conserva gli affreschi più antichi di cui si conoscano con certezza le date e i nomi dei pittori e dei committenti. L'affresco più antico, risalente al 959 d.C., è attualmente il Cristo Pantocratore del gruppo dovuto al pittore Teofilatto.

A testimonianza delle origini remote di Carpignano quattro menhir, di cui oggi rimangono solo due: il menhir Grassi e il menhir Croce Grande o Staurotomèa, entrambi molto ridotti in altezza anche a causa di chi un tempo sperava di trovare sotto di essi leggendari tesori, le famose "acchiature".

Altre testimonianze dell’età rupestre sono le neviere, ambienti sotterranei profondi circa tre o quattro metri, alcuni voltati a botte, adibiti come depositi per conservare la neve. In prossimità delle neviere, in contrada Cacorzo, si erge la più grande e austera torre colombaia (Palumbaru) (fine sec. XV) della penisola salentina; sull’architrave della porta d’ingresso gli stemmi dei del Balzo ai lati e dei del Balzo-Acquaviva al centro.

Le prime tracce di insediamento umano sono ancora più antiche. Ne sono testimonianza la “Sepoltura a Grotticella” del Neolitico Finale (IV millennio a.C.), rinvenuta nel 2001 in un’abitazione del centro storico; i menhir, Grassi e Croce Grande o Staurotomèa, sfregiati da chi sperava di trovare sotto di essi leggendari tesori (acchiature); il trilite in zona Santo Stefano. In contrada Cacorzo sorge l'Abbazia di Santa Maria della Grotta, ossia il Santuario e i locali annessi, dedicati alla Madonna della Grotta e risalenti alla seconda metà del XVI secolo. Era il 2 luglio 1568. Un vecchio cieco e rattrappito, rifugiatosi, durante un temporale, nella vicina cripta dedicata a San Giovanni Battista, in località Cacorzo, appisolatosi, vide in sogno una bella signora con un bambino in braccio (la Madonna col Bambino). La Madonna chiedeva che venisse edificata in quel luogo una chiesa e prometteva protezione e grazie. Il giorno seguente, fra le macerie della Grotta fu ritrovata un’immagine bizantina della Madonna. Per i Carpignanesi è senz’altro questo il racconto più bello, legato com’è all’apparizione della Madonna della Grotta. Dopo l'avvenimento del 2 luglio 1568, iniziò un grande accorrere di fedeli, che ottenevano grazie e lasciavano offerte per la costruzione della chiesa. Amministratore delle offerte fu nominato il chierico Annibale de Capua, nipote dell'Arcivescovo di Otranto. Annibale fece costruire, sulla cripta di San Giovanni e sul frantoio ipogeo vicino, la chiesa e i locali collegati, che furono denominati Abbazia di Santa Maria della Grotta. Chiesa e abbazia furono costruite nel giro di una quindicina di anni e nel 1585 erano terminate. Intanto Annibale de Capua era diventato Arcivescovo di Napoli e primo abate dell'Abbazia di Santa Maria della Grotta. La chiesa, oggi Santuario, a croce latina, presenta tre entrate: una centrale e le altre due laterali, di cui una rivolta verso il paese. Lungo le pareti del transetto, di notevole valore artistico sono gli affreschi fatti eseguire dal Barone di Carpignano Giovanni Camillo Personè, tra la fine del XVI e i primi anni del XVII secolo. Raffigurano alcuni santi e Sante e una Madonna Incoronata. Interessanti anche la tela dei Santi Pietro e Paolo (sec. XVII) e quella molto grande della Madonna tra i Santi Francesco d’Assisi e Francesco di Paola (1601), con nella parte inferiore un inserto con il Battesimo di Gesù nel Giordano (forse collegabile con l’originario culto di San Giovanni Battista), opera di Ippolito Borghese. Lungo la navata, al posto degli ex altari, numerose tele istallate nel 1938.

Dal Santuario proseguiamo verso il centro abitato, nel cuore dell’antica ‘Terra di Carpignano’, una delle prime del Salento ad essere data in feudo. Posseduta nel corso della sua storia da numerose famiglie di feudatari, aveva una cinta muraria, un fossato e un castello la cui torre angioina risale al XIV secolo. Oggi l’antico castello, sito nella parte alta dell’abitato, non esiste più; al suo posto fu eretto, alla fine del XIX secolo, l'attuale palazzo Chironi. L'antico palazzo baronale fu ampliato agli inizi del XVIII secolo sfruttando parti e muri della precedente costruzione. Ne venne fuori l'attuale Palazzo Ducale fatto costruire dai Duchi Ghezzi. Sull’imponente portale d’ingresso troviamo lo stemma dei duchi Ghezzi e l’iscrizione latina NON SIBI SED ALIIS (non per sé ma per gli altri), che richiama alla memoria la generosità di quegli antichi signori. Osservando la veduta dell'abate Giovan Battista Pacichelli, che riporta Carpignano alla fine del Seicento, possiamo notare come, nella sua interezza, il borgo di Carpignano sia rimasto sostanzialmente invariato. Il paese, di forma ovale, ormai scomparse le mura e il fossato, oggi è delimitato da due strade dette, appunto, extramurali. Dall’immagine spiccano le mura, le torri e le due porte d’accesso al paese: una monumentale nei pressi dell'attuale piazza, l’altra più piccola contigua al castello, oggi non più esistenti. La struttura del vecchio centro, conservatasi oggi, è caratterizzata da vie che si incrociano in gran parte ad angolo retto. È questo uno schema simile a quello dell'antico campo romano, col cardo e il decumanus. Il cardo corrisponderebbe all'attuale Via Roma; il decumanus corrisponderebbe a Via Duca Ghezzi. Ovunque, nel entro storico, si scorgono stemmi gentilizi, splendidi portali, deliziosi vicoli ciechi, incantevoli scorci, austeri balconi, variopinti loggiati, frantoi ipogei, porte ed eleganti finestre con architravi con date e motti latini. Delle numerose chiese e cappelle segnate sulla veduta del Pacichelli è rimasta solo la Parrocchiale che, come si evince dalla data incisa sulla sommità del campanile (1709), si presenta oggi nella ricostruzione avvenuta alla fine del XVII secolo e gli inizi del XVIII. Notevoli sono il mosaico pavimentale realizzato da Giuseppe Peluso nel 1885-86; l’altare maggiore con le reliquie di San Quinziano, donate dai duchi Ghezzi; i tre altari della Madonna del Carmine, di Sant’Oronzo e di Sant’Anna, attribuiti a Placido Buffelli, del quale è sicuramente il portale d’ingresso; l’altare della Madonna di Costantinopoli (1594) con la splendida tela della titolare recentemente restaurata in occasione dei 300 anni della Parrocchiale. Di particolare importanza anche la grande tela dell'altare del Rosario. Degno di nota è il battistero, che con una forma insolita, fu fatto costruire dal barone Nicolò Personè nel 1594.

Dopo una breve sosta nella piccola piazzetta antistante alla chiesa, ricca di rinvenimenti archeologici, tra cui anche un cimitero medievale, proseguiamo la nostra passeggiata alla volta di Serrano, le cui origini, come riporta la tradizione orale, sono legate alla vicina località di Stigliano. Serrano, pur nell’esigua struttura urbanistica ed architettonica, presenta alcune testimonianze che attestano l’antica frequentazione (i due menhir Stigliano e Croce di Marrugo) e dei monumenti di particolare interesse artistico che insieme alle abitazioni emergono sulle distese verdi degli ulivi: Palazzo Lubelli e il campanile della Parrocchiale. La chiesa, fondata probabilmente nel XIV secolo e dedicata a San Giorgio Martire, protettore del paese, si presenta oggi nell’originaria ricostruzione eseguita nella seconda metà dell’Ottocento. Nei pressi della chiesa troviamo l’orologio comunale e il monumento ai Caduti con la statua di San Giorgio Martire a cavallo realizzata dallo scalpellino Francesco Oronzo De Vitis (1871-1949), padre del più noto pittore Temistocle De Vitis. Ai piedi del monumento è conservato il capitello con l’antico stemma del paese (1751), un tempo collocato su una colonna. Da piazza San Giorgio, proseguiamo verso piazza Lubelli, intorno alla quale sorgono vecchie case gentilizie, una piccola Chiesa dedicata alla Madonna del Rosario e l’imponente Palazzo dei baroni Lubelli, da secoli dimora degli antichi signori del paese. A circa 3 chilometri da Serrano, in aperta campagna tra il verde dei secolari ulivi, l’ameno boschetto e l’azzurro dell’Adriatico, in località Stigliano sorge la piccola chiesetta a croce greca dedicata a Santa Marina, costruita nel 1762 per volontà del barone Domenico Salzedo insieme all’adiacente complesso architettonico, che costituiva la casa di quei signori. Al di sotto della costruzione del Salzedo è situata una cripta rupestre con una serie di affreschi, alcuni dei quali difficilmente recuperabili.

Carpignano Salentino e Serrano sono luoghi in cui aleggia una dimensione fantastica, a volte nutrita dai racconti orali, arroccata nelle contrade, nei rifugi di campagna, fissata negli affreschi dei luoghi di culto, oppure sedimentata nei basolati del borgo antico. L’importante è saper osservare!

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